Il Maestro di Casa, una figura eroica!

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La figura del Maestro di casa godette di tale prestigio al punto che sorse una ricca trattatistica di stile epico volta a magnificarla ed elogiarla.

Ad esempio il Maestro di Casa universale della Corte di Anton Francesco Fedele, stampato a Venezia nel 1666, opera rarissima e pressoché sconosciuta alle bibliografie, contiene, insieme alle precise descrizioni degli ‘imbandimenti dei principi con le inventioni dei più mirabili capricci e con la vaghezza dei suoi trionfi’ e agli ‘Intingoli, Gusti, Bizzarrie Regali, e Sapori’ anche tutta una serie di racconti di imprese di stampo eroico di cui sono protagonisti i Maestri di casa.

Vogliamo riportarvene due emblematici, uno che mostra la prontezza di spirito a far di necessità virtù e l’altro che coinvolge addirittura l’esercito:

“Non sanno molto bene moltissimi Cavalieri Mantovani, se un Venerdì matino, che si trovavano in Campagna per attendere Sua Altezza, che il Signor Conte di Fonsaldagna marchiasse dal suo Quartiere, la medema si fece chiamare il Fedele, e gli ordinò, che nel tempo, che ella era per ascoltare la Messa, che il pasto si trovasse all’ordine, quando appena terminò il Sacerdote sul’Altare, che si vide una pranza su la sua Tavola, che parea studiata nel lavoro di più settimane. Si deve sapere, che in quel punto, che gli diede questa incombenza Sua Altezza, non si erano ancora trovate le legna per accendere il fuoco, nè si sapeva da dove prendersi l’acqua per condimento del Pasto. Facendo della necessità Virtù, rassegnò a diciasette Cuochi per ognuno l’opera d’una Vivanda di primo servizio a tre piatti, assegnò che diviso il maneggio in tante mani, si venne a fabbricare ad’un Volo una Mensa con 50 Piatti, che tutti i convitati restarono sopraffatti nell’eminenza d’un Ingegno così stravagante, le di cui azioni operavano a momenti.

Non si ponno esprimere le difficoltà, le sofferenze, e le controversie, che patì il di lui Animo, e che provò nella contraddizione de Cuochi, dichiarandosi di non poter lavorare senz’acqua, che per superarle fece cucinar il tutto a forza di vini bianchi, e riuscì il Pasto così sensuale al gusto, e così soave al Palato che confessò ciascuno che non avea giammai assaggiato cosa migliore, e che non avrebbe potuto immaginarsi che senz’acqua potrebbe prepararsi un Banchetto. Queste sottigliezze non dovrebbero innamorare ogni gran Cuore? Chi non si sarebbe perso nel vedersi mancare sino l’Acqua? Insomma un Huomo Virtuoso sa vivere anche senza gli Elementi.

Se ciò fosse vero lo dica il medesmo Sacerdote, che celebrò quella mattina, che non havendo tanta acqua di metterla al’ampolline, prese il Fedele un poco di gelo [gelatina, n.d.R], con farlo scaldare, affinché quello avesse potuto proseguire il suo Sacrificio.

Che parlino tutti quei, che erano alla servitù, et in compagnia del Serenissimo Signor Duca, se quella volta, che si baraccò in mezzo di una campagna erano tutti in maniera oppressi dalla sete che per l’aridezza appena, potevano proferir una parola. Lo dichino i medesimi Cuochi, che non sapendo più come lavorare senz’acqua, havevano già lasciato l’accudimento delle Cucine, et abbandonato il loro Mestiere. Il Fedele, che scorgeva ridotto in tanta necessità il Servizio, et che considerava, che il bevere era così necessario come il vivere, fece subito levar dalle Truppe de gli Alemanni Trentasei soldati, che con Picche, e Badili si posero a sprofondare così altamente le viscere della Terra, che nel termine di poche hore, fece sgorgar quattro pozzi, dai quali non solo restarono ristorate le fauci, ma si rimesse il servizio della Cucina, che quasi si era fermato.

In un uomo industrioso [che si sa arrangiare, n.d.R], non mancano mai muodi come vincere le necessità e farsi maggior della Natura. Ingegno, per chi intende di cavar anche l’humor dalle Pietre”.

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