La prefazione del primo libro sul Vegetarianesimo

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Oggi vi parliamo  di quello che viene considerato come il primo libro pubblicato in Italia interamente dedicato alla cucina vegetariana: la Cucina Vegetariana. Manuale di gastrosofia naturista, e lo faremo, come sempre, partendo dalla prima edizione dell’opera, stampata a Milano da Ulrico Hoepli nel 1930.

Il vegetarianesimo del duca di Salaparuta nasce da una cultura di gusto francese ed è ben diverso da quello che, all’epoca delle sanzioni, verrà sollecitato dal regime. Sono raccolte 785 ricette (che diventeranno 1030 nella seconda edizione del 1932) ispirate alle cucine regionali italiane e alle tradizioni straniere. Nella prefazione, firmata dal Prof. Giuseppe Pagano e si afferma con decisione che l’uomo deve smettere di parassitare senza dignità gli altri esseri viventi. Tale prefazione ben si sposa con la figura dell’autore, teosofo e gastrosofo, il quale sosteneva fermamente il regime vegetariano e naturista, insistendo sul fatto che tutta la sussistenza alimentare necessaria per l’uomo potesse essere soddisfatta grazie ai prodotti offerti dalla natura e dalla sua ciclicità. Per questo, nel suo libro, egli propone un’alimentazione basata principalmente sul consumo di cereali, ortaggi e legumi: alimenti sani e puri che si abbinano perfettamente ad una bevanda nobile come il vino. Pare, infatti, che egli amasse organizzare nella sua tenuta in Sicilia, a Villa Valguarnera, feste sfrenate – tanto da meritare una scomunica dal vescovo locale – e pranzi luculliani, cui non potevano mancare i vini, provenienti dai vigneti di Casteldaccia, di sua proprietà, da cui si produceva (e si produce tuttora) lo splendido Corvo, rosso e bianco. Ma la cosa veramente sorprendente per tutti gli invitati, soprattutto per quei tempi, era che le portate fossero tutte vegetariane!

Enrico Alliata di Salaparuta, Cucina Vegetariana, 1930
Enrico Alliata di Salaparuta, Cucina Vegetariana, 1930

Dall’opera vi proponiamo la dotta prefazione del Prof. Giuseppe Pagano:

“La posizione della Scienza di fronte all’annoso problema della preferenza da dare ai vari regimi alimentari non mi sembra ancora definitivamente fissata. La questione, che considerò per molto tempo quasi esclusivamente le sostanze proteiche, s’è ora estesa al campo dei grassi, dei lipoidi e delle vitamine essendosi dimostrato che tali corpi sono notevolmente diversi secondo la loro origine, sono anzi specifici come sono diverse e specifiche le proteine del regno animale e vegetale. Per ciò che riguarda la parte per così dire focale della disputa, l’utilità o la nocività delle proteine di origine animale, la Chimica fisiologica ha dimostrato che le proteine non vengono utilizzate tal quali sono fornite cogli alimenti, ma che dalla loro scissione idrolitica, derivano sostanze molto più semplici, dette aminoacidi, dai quali poi l’organismo ricompone le proteine delle sue strutture o di cui ha bisogno come elemento energetico…

La quesione dunque dev’essere posta in altri termini: in questi, ad esempio: è l’uomo organicamente preparato, come gli erbivori, a fabbricare gli elementi di cui ha bisogno dai cibi che gli provengono dal regno vegetale?

La risposta, più che al Laboratorio, che perturba talvolta, senza transizione e con scarsa intelligenza, condizioni di vita ereditariamente esistenti e studia certi delicatissimi fenomeni con mezzi e cognizioni assolutamente inadeguati, va domandata alla semplice osservazione la quale ci offre un materiale immenso, svariatissimo, di uomini che, in condizioni normali, fanno uso spontaneamente e di loro libera elezione, del regime vegetariano o del regime misto. Risulta da questa osservazione che il regime vegetariano è perfettamente compatibile con la normalità di tutte le funzioni della vita. E allora conviene domandarsi: è utile che ai componenti vegetali dell’alimentazione umana si aggiungano proteine animali?

E qui i sostenitori del regime carneo e del regime vegetariano divergono, inconciliabili solo a proposito della carne e delle frattaglie, poiché per alcune proteine, pur esse provenienti dal regno animale (latte e formaggi, uova) la conciliazione è da tempo avvenuta, lasciando fuori soltanto uno scarso numero di inconvertibili. Fatta astrazione dai preconcetti religiosi i quali sono forse, a loro volta, niente altro che una specie di codificazione altamente imperativa, di concetti a fondo igienico, e sorpassando la considerazione di natura teleologica che tante specie di animali trovano la loro normale necessità di vita nell’uso della sola carne e talvolta della carne in piena decomposizione, si deve chiedersi: è dimostrato che gli uomini che si nutrono di carne e di visceri hanno una salute men buona o sono esposti a maggior numero di mali, o rendono di meno intellettualmente o infine, abbiano nella loro personalità psichica o morale caratteri in contrasto cogli uomini che si nutrono di vegetali, caratteri che, spregiudicatamente considerati, costituiscano una inferiorità di fronte ai vegetariani?

Per quanto il problema non sia semplice come la suddetta enunciazione potrebbe far supporre, poichè, in effetti, è invece complicato da numerosi altri fattori, climatici, storici, economici, da cui non è lecito astrarlo, è chiaro tuttavia che differenze veramente capitali non vi sono, che la grandezza del corpo, la resistenza fisica e intellettuale, la prolificità, la longevità ecc. non sono appannaggio esclusivo dei vegetariani, come dei carnivori.

E allora, può il quesito esser portato sul terreno relativamente ristretto della Clinica? In questo campo mi sembra certo che l’uso, e specialmente l’abuso della carne e dei visceri animali può portare numerose alterazioni nell’organismo umano, specialmente nel suo ricambio materiale, a cui son legate malattie, riparabili col cambiamento di regime e che le obbiezioni fatte al regime vegetariano, di essere meno digeribile, più ingombrante ecc., anche se fondate, sono di scarso valore di fronte a quelle fatte all’uso della carne. Perchè dunque la maggior parte degli uomini dei paesi più evoluti non è vegetariana? Una ragione, forse una delle più importanti, va ricercata, secondo me, nella facilità con cui dalla carne e dai visceri si ottengono pietanze fortemente e gradevolmente sapide e profumate e nella presunta difficoltà di ottenerne dalla maggior parte dei vegetali.

Su questo campo e per questa ragione il libro a cui il Duca di Salaparuta non ha sdegnato di legare il suo nome e sul quale la Casa editrice ha fermato la sua intelligente attenzione, può riuscire di grande utilità: esso vuol dimostrare come sia possibile, e anche relativamente facile, ottenere dalle sole sostanze vegetali, in unione alle uova, al latte ed ai suoi derivati, un grande numero di vivande, semplici, nutrienti, digeribili e tali da soddisfare qualsiasi più esigente palato.

Se poi si guarda alla personalità morale dell’Autore il libro è inoltre un atto di fede e dev’essere quindi guardato anche con simpatico rispetto”.

Enrico Alliata di Salaparuta, firma autografa
Enrico Alliata di Salaparuta, firma autografa

E, se il libro è quindi un atto di fede, vi proponiamo anche qualche stralcio della Prefazione dell’autore:

“L’uomo attraverso secoli di pregiudizii ed abusi ha tradito la sua vera origine che è eminentemente frugivora come lo testimonia anche la sua dentatura. La lenta degenerazione atavica conseguitane ha fatto sì che la durata massima della sua vita (che come riconosciuta dalla scienza) dovrebbe raggiungere i 130 anni, arriva appena alla media della metà”

“Nella Religione Cristiana vediamo come il più solenne dei Sacramenti fu simboleggiato col cibo fondamentale: il pane, ed impartito durante la cena. Dalle nozze di Canaan all’odierno convito nuziale, anche nella più modesta famiglia di contadini, l’altro Sacramento del matrimonio è stato sempre suggellato dal banchetto e così i più importanti trattati e ristabilimenti di pace tra le nazioni”

“Poi è stato dimostrato scientificamente come per ragione di maggior grado evolutivo dell’organismo umano questo può compiere la trasformazione suindicata da sè stesso ed in una maniera più perfetta che non la possa fare un organismo d’ordine inferiore come è quello d’ogni animale. Basti d’altro canto empiricamente osservare che gli animali dei quali si sono studiate le carni e trovati i detti aminoacidi sono esclusivamente erbivori. Or essi possono compiere questo processo elaborativo attraverso l’alimento di sole erbe, in miglior modo lo potrà disimpegnare un organismo d’ordine superiore attraverso un’alimentazione naturista completa. Non regge dunque l’utilità e tanto meno il bisogno di ricorrere ad un pigro e degradante parassitismo non degno della nobiltà dell’essere umano”.

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