Gastronomia esotica e locale nel 1937

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Globalizzazione, politically correct, cancel culture. Facciamoci un viaggio nel 1937 leggendoci insieme un passo dell’articolo Regni della Gastronomia, scritto da Augusto Majani e pubblicato nella splendida uscita natalizia 1937 de L’Illustrazione Italiana:

‘La Francia, la quale nel 1500 aveva tutto assimilato dall’Italia, compresa la raffinatezza della cucina, più tardi – come accennai – dettò legge al mondo, e, di rimando, alla sua maestra. Così pure ai dì nostri molte delle pietanze francesi fanno parte della cucina nostra, per cui ora è superfluo che io mi occupi delle attuali specialità francesi nel campo gastronomico. Non voglio però che in questa mia sintesi della Storia della Gastronomia, passi sotto silenzio un vino francese celebre, lo Champagne, senza del quale, anche nelle nostre mense modeste non è ormai più possibile alzare il calice, per non dire il gomito, per il rituale brindisi. E i Tedeschi? I Tedeschi, nel campo gastronomico, se non hanno tradizioni famose le hanno senza dubbio… Fameliche e sitibonde, infatti chi non sa che i Tedeschi oltre a essere grandi divoratori di carne, di cavoli, e di patate, sono stati fin dall’antichità i più incredibilmente grandi bevitori di birra; per glorificare la quale – ad imitazione del Dio pagano Bacco – istituirono un loro Dio speciale, Gambrinus!

Anche gli Inglesi sono buoni mangiatori, ma non hanno una cucina molto varia; essi sono specialisti nell’arrostire la carne di bue. Nell’Inghilterra ebbero origine quei vasti e complicati organismi che sono i grandi Hotel moderni, dove le cucine sotterranee, meravigliosamente regolate, sono veri templi gastronomici degni di accogliere come un Dio il grande Pantagruel. Invece gli Spagnuoli sono molto sobri, e di speciale non hanno che la famosa Olla potrìda (Ollia potrida), che è una specie di pout-pourri, vale a dire un miscuglio di ogni sorta di cibi – castrato, manzo, pollo, cappone, salsicciotto, lardo, piede di maiale, aglio, cipolla e ogni specie di legumi. I vini Madera, Xeres e l’Alicante formano poi la più fulgida gloria enologica della Spagna e il più serio pericolo per la stabilità delle gambe dell’uman genere. Ed ora, caro lettore, compiacente e pazienta compagno di questo viaggio attraverso il mondo gastronomico, dovrei condurti in alcune regioni dove ne vedresti di tutti i colori, anzi ne sentiresti di tutti i sapori e di tutti gli odori; vale a dire nelle cucine dei popoli selvaggi e poco civilizzati. Ti ho detto dovrei, quindi non c’è ragione che tu ti metta delle apprensioni; ti risparmierò la fatica del viaggio e le ingrate emozioni e sensazioni. Poiché tu saresti obbligato di vedere, per esempio, dei Cinesi mangiare pipistrelli, farfalle, topi secchi salati e uova fracide; e certi Indiani dell’Asia trovar squisiti i millepiedi ed altri Indiani dell’America divorar golosamente le lucertole lessate e perfino scarafaggi arrostiti – come le donne turche che li mangiano, questi graziosissimi insetti, cotti al burro, ritenendoli un cibo ingrassante. Gli Arabi, invece, trovano deliziose le cavallette arrostite o essiccate al Sole, mentre alcune tribù selvagge della Nuova Caledonia fanno loro delizia d’una sorta di grosso ragno, detto Epeira, che torna al loro palato d’un gusto soavissimo e che adoperano come condimento. Ma, come ti ho detto, non voglio dirti nulla su queste cucine selvagge o quasi, per non farti venire l’acquolina in bocca. Invece adesso è giunto il momento di rientrare in casa nostra, o per meglio dire in quella parte della nostra casa che è la cucina […] L’Italia ha tradizioni gloriosissime anche nel campo dell’Arte Gastronomica, ed ogni città ha delle specialità culinarie che caratterizzano le diverse province. Così il Napoletano viene designato – come tutti i meridionali – per un mangiamaccheroni, il piemontese – come in parte il veneto e il lombardo – per un mangiapolenta, e di nuovo il lombardo con il valtellinese per mangiariso, il toscano per mangiafagiuoli, il genovese per mangiaminestrone col pesto, il trevisano per pan e trippa, il milanese per busecon e via dicendo. Ma volendomi occupare particolarmente della vita gastronomica di alcune delle principali città, dirò delle più note specialità di due delle più illustri fra esse – Roma e Napoli – che non hanno dimenticato – e non potevano dimenticare – di essere state, nell’antichità, le sedi di un popolo amantissimo della mensa. A Roma si mangia molto e si beve in proporzione. Però la sua cucina è assai più igienica di quella di tante altre città italiane, perchè fa molto uso di erbaggi, specialmente della cicoria. Sono squisiti I carciofi cucinati all’uso ebraico, per cui sono detti alla Giudia. La trippa e i gnocchi fanno specialmente parte dei menù della piccola borghesia; ma il piatto romano tipico è quello degli spaghetti al pomodoro. Poi – vinta la istintiva ripugnanza per un volgare mollusco che noi disprezziamo – a dire il vero non sono affatto disgustose le lumache che i romani come i napoletani – sanno pazientemente preparare e cucinare con buon gusto, per poi inghiottirle copiosamente in certe tradizionali feste – come quella di san Giovanni e le famose ottobrate nella campagna romana – durante le quali si mangia la porchetta che invita prepotentemente a bere. Per cui scorrono fiumi di quel traditore vinello “delli castelli” che per l’apparente leggerezza invita a illimitate libazioni; le quali fanno andare qualche volta il bevitore lungo disteso su quel sacro suolo dove si impressero le orme degli avi trionfatori. Non meno traditori dei vini romani sono i vini napoletani dei paesi vesuviani, fra i quali c’è quel Lacryma Christi, che fece esclamare ad un beone insaziabile – “peccato che Cristo non abbia pianto di più!”. Ma questi vini sono necessari per far fronte ai piatti piccanti che caratterizzano la cucina napoletana e in genere tutta quella delle regioni meridionali dell’Italia. La quale cucina napoletana ha una pietanza – una minestra – che “sulle altre com’aquila vola” anche per il fatto che il popolo la ingoia facendola discendere in bocca dall’alto con le mani, senza aiuto di forchetta. Tu sai già, o lettore, che si tratta dei celebri Maccheroni o Maccaroni’.

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