Nuovi arrivi: Osteria di Barth

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Siamo orgogliosi di farvi conoscere il nostro nuovo acquisto! La prima edizione italiana del mitico Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri di Hans Barth, stampato a Roma, coi tipi del Voghera intorno al 1909, con la traduzione di Giovanni Bistolfi e un’etilica prefazione dell’altrimenti astemio Gabriele D’Annunzio. L’opera, dedicata ‘Ai Mani de la divina Saufeja la più sitibonda tra le donne de l’antica Roma (1), è l’antenato di tutte le guide enogastronomiche e la prima ad indagare, scientemente ed empiricamente, la qualità dei vini offerti dalle osterie. Ebbe enorme successo in Italia, probabilmente anche grazie all’immaginifica prefazione del Vate che, notoriamente astemio secondo i suoi più accreditati biografi, si lancia qui in un tumultuoso e colto racconto di esperienze alcoliche di cui vogliamo proporvi una parte:

Mio caro Hans Barth,
il vostro lepidissimo e disertissimo libro, polito con la pomice lasciata da Catullo su la tavola d’una taverna veronese, mi sembra illustrare la sentenza di quel savio bevitore Avicenna che morì d’una malattia di stomaco: esser permesso il vino all’uomo di bello spirito e vietato al balordo. Una Musa goliardica dal viso di capra sima tinto di feccia, ogni volta che vi sedete a desco molle in seggiola o in panca per badialmente bere, si china di sul vostro omero e intingendo il dito un po’ adunco nel vostro bicchiere disegna su la lastra di bardiglio un capriccio alla maniera del Callotta o scrive un emistichio giocoso confondendo il latino dei Clerici con quello di Orazio…

Non conoscete il nepente d’Olìena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domos da Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all’odore; e l’odore, indicibile, bastò a inebriarmi. Eravamo appunto clerici vagantes per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici, ricca d’olio e di miele, ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara.

Hans Barth, Osteria, 1909
Hans Barth, Osteria, 1909

Ah, mio sitibondo Hans Barth, come le vostre nari sagaci avrebbero palpitato allorchè il rosso nepente sgorgò dal vetro con quel gorgoglio che suol trarvi dal gorgozzule quei ‘certi amorevoli scrocchi’ di cui parla il nostro Firenzuola! Avete nel cuore qualcuna di quelle Odi purpuree di Hafiz che cantano il vino e la rosa? Ci parve che l’anima stessa dell’Anacreonte persiano emanasse dalla tazza colma, col colore del fuoco e con l’odore d’un profondo roseto. Certo, chi beve di quel vino non ha bisogno d’inghirlandarsi. Il poeta epico di Villa Gloria, che allora allora col Morto de Campagna e con la Serenata era entrato nell’arte giovanissimo maestro per la porta della perfezione, non ebbe cuore di respingere un dono di ospitalità così fatto. E io, ebro già dell’odore, lo pregavo di bere per me; e simile lo pregava il nostro compagno. Cosicchè per ogni dimora egli ritualmente votava tre tazze. E di tre in tre compose nel suo cuore le terzine di molti mirabili sonetti, che non conosceremo giammai.

Ora accadde che nell’ultima casa, affacciata sopra un uliveto più bello e più santo di quelli che ombrano la via di Delfo, domandando l’ospite a ciascuno di noi notizie del nostro paese natale, io fossi da lui riconosciuto come il figlio del signore che un giorno nel lontano Abruzzo per singolari vicende l’aveva accolto secondo l’antico nostro costume liberale. Commosso dal ricordo sino alle lacrime se bene avesse un occhio solo, egli si profuse in carezze verso me e i compagni con tanto calore ch’io mi sentii perduto. Ma il Pasca votò anche una volta tre e tre coppe. E io m’ebbi in dono una pelle di cignale, un lungo fucile damaschinato d’argento e un caratello. Quando uscimmo per raggiungere la nostra vettura, il generosissimo sostituto era già trasfigurato in prisco Quirite e voleva lasciar su la via le vili brache polverose per vestire a guisa di toga illustre il cuoio irsuto. Gli persuademmo ch’egli fosse già togato. E allora meravigliosamente sragionando, come s’egli avesse consuetudine della lunga veste, faceva l’atto di raccogliere al petto le pieghe della destra parte e di comporre sul braccio sinistro quella specie di tracolla che dicevasi in Roma il seno della toga. E in quel seno imaginario, pieno d’una inesausta eloquenza, fu di certo concepita primamente la Storia romana. Esso poi e il Quirite si riempirono d’un letargo che durò due giorni. Ma in tutto (udite, o luterano ligio alle regole papali) la sbornia d’Oliena fu quadriduana.
‘Iam foetet’ dice Maria a Gesù, come vien tolta la pietra di sopra a Lazaro giacente da quattro dì. Ma il Pasca dopo quattro dì auliva ancora come il roseto di Hafiz. ‘Adhuc bene olet’.

Il Gambrinus di Firenze, Hans Barth
Il Gambrinus di Firenze, Hans Barth

M acosa raccontava e come recensiva le osterie il ‘caro Hans Barth’? Ecco la recensione del Tempio d’Agrippa al Pantheon:

“L’osteria è precisamente di fronte all’ingresso del Pantheon. Imponente sorge dinanzi a noi la facciata delle imperiali terme: ‘questo figlio di giganti contro cui da quasi due secoli si frangono tempeste di popoli e uragani (Waiblinger). Qualche cosa di simile si potrebbe dire della dignitosa osteria che reca l’orgoglioso nome di Tempio d’Agrippa. Grossi borghesi con la testa d’auguri, rozzi macellai con la pancia coperta di grosse catene d’oro vi giuocano alle carte col poeta romanesco Trilussa, il più spiritoso autore di favole che noi conosciamo dopo Lafontaine. Il vecchio Scrocca, l’oste, è repubblicano, ma il suo vino è monarchico. Se là di fronte nel Pantheon, è scritto: ‘Ille hic est Raphael’, qui si potrebbe scrivere: ‘Ille hic est… Scrocca’. E il suo vino gli conceda il dono dell’immortalità, all’ombra del Pantheon’.

Omerico nei termini ma prosaico sulla qualità del vino!

(1) Secondo il celebre passo di Giovenale nella nona satira: ‘Potare Falerni / Pro populo faciens, / Quantum Saufeia bibebat’.

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